28/10/2026 - Renato Malaman
A Gorino Ferrarese la cooperativa "Sirio" ha messo a punto un efficace sistema di protezione per salvare le coltivazioni di vongole dal vorace crostaceo invasivo. Un progetto al quale collabora anche l'azienda "Mancin Nadia", per sostenere i produttori e garantirsi le forniture necessarie a soddisfare le richieste del mercato. Intanto, insieme ai soci della Cooperativa Cozza di Scardovari DOP, l’azienda sperimenta in Sacca nuove varietà di ostriche, creando un innovativo prodotto: l’ostrica cotta con guscio socchiuso, proposta in vaschette da quattro. Nuove idee e nuove strategie stanno diventando strumenti per difendere l’economia e l’ambiente di un territorio bello ma fragile
Eccola la sfida. A Gorino Ferrarese, che ormai tutti chiamano Gorino, dove la terra finisce sfumando lentamente nell’acqua salmastra delle lagune e il confine fra agricoltura e pesca si confonde da sempre, la battaglia contro il granchio blu si combatte metro dopo metro, nel fango dei vivai e fra le maglie delle reti. Qui, nel cuore del Delta del Po, dove il confine fra Emilia Romagna e Veneto passa su un suggestivo ponte di barche, la sopravvivenza di un’intera filiera passa dalla capacità di difendere le coltivazioni di vongole veraci, l’oro bianco che per almeno quattro decenni ha alimentato l’economia locale e che oggi è minacciato da un predatore capace di divorare in poco tempo il lavoro di mesi. Un crostaceo ostico e aggressivo, arrivato da molto lontano, che peraltro riesce a riprodursi in modo esponenziale.
La risposta è arrivata dalla cooperativa "Sirio", una piccola realtà familiare che ha deciso di non arrendersi. Cinque soci, quattro ettari e mezzo di allevamenti e una strategia costruita sul campo, attraverso prove, investimenti e una buona dose di ostinazione. Al loro fianco c’è anche "Mancin Nadia", azienda di trasformazione ittica di Rivà (Rovigo), che ha scelto di sostenere concretamente questo progetto pilota, consapevole che salvaguardare i produttori significa anche proteggere la propria capacità di approvvigionamento. Le vongole della cooperativa, infatti, sono una componente importante delle forniture necessarie a soddisfare le prenotazioni e garantire continuità al lavoro dell’azienda.
È una collaborazione che va oltre il semplice rapporto commerciale: da una parte, i molluschicoltori cercano di mettere in sicurezza le coltivazioni e mantenere in attività le proprie imprese; dall’altra, l’industria di trasformazione contribuisce a sostenere una produzione locale fondamentale per l’intero comparto. Una rete economica che dimostra come, di fronte a un’emergenza ambientale, la risposta possa nascere dall’incontro fra esperienze diverse, accomunate dalla volontà di innovare senza perdere il legame con il territorio. E quindi difesa di una coltura ormai tradizionale come la vongola e introduzione di nuove attività ad alto contenuto innovativo, come l'ostricoltura.
Per comprendere la portata della sfida bisogna arrivare al porto di Gorino, piccolo paese di pescatori affacciato sulle acque del Delta, dalla parte ferrarese. Da qui, lungo un sentiero che conduce alla Lanterna Vecchia, antico faro oggi utilizzato come osservatorio naturalistico, lo sguardo incontra l’Isola dell’Amore e le distese lagunari che rendono questo paesaggio unico. È un ambiente di grande valore naturalistico, non a caso protetto da un Parco (come del resto la parte del Delta del Po che ricade in Veneto), ma anche un luogo in cui l’equilibrio fra acqua dolce e salata sostiene attività produttive che richiedono conoscenza, pazienza e un lavoro quotidiano incessante.
La coltivazione delle vongole, sviluppatasi soprattutto a partire dagli anni Novanta, aveva trasformato queste acque in una risorsa economica straordinaria. Poi è arrivato il granchio blu, specie aliena invasiva che ha trovato nei vivai un ambiente favorevole e un’enorme disponibilità di prede. I danni sono stati pesanti, tanto da mettere in difficoltà centinaia di operatori.
«Fino a quattro anni fa era molto semplice, bastava andare in mare», racconta Sandra Gianella, che con il marito Alberto Mantovani e il figlio Marco lavora ogni giorno in acqua. «Tra Goro e Gorino eravamo un migliaio di pescatori. Con la storia del granchio blu si sono perse almeno 300 partite Iva, quasi la metà».
Parole che restituiscono la dimensione di una crisi non soltanto produttiva, ma sociale. Per molte famiglie la molluschicoltura rappresenta una tradizione tramandata da generazioni, oltre che la principale fonte di reddito. Rinunciare significa perdere un mestiere, competenze difficili da sostituire e un legame profondo con il mare.
La famiglia di Sandra ha scelto invece di tentare un’altra strada. Insieme agli altri soci ha costituito la cooperativa "Sirio", trasformando la necessità di difendersi in un laboratorio di sperimentazione. La soluzione individuata si basa su un sistema di protezioni fisiche che impediscono al granchio blu di raggiungere le vongole: teloni stesi sopra le aree di allevamento, barriere realizzate con maglie molto fitte e una diversa gestione del fondale, rialzato con sabbia per rendere più difficile l’accesso al predatore.
«Sono simili a quelli che si usano per la raccolta delle olive, ma io me li faccio da sola e risparmio», spiega Sandra, riferendosi ai teloni. Una frase semplice che racchiude lo spirito dell’iniziativa: inventiva, capacità di adattamento e attenzione ai costi, in un settore nel quale ogni investimento deve fare i conti con margini sempre più ridotti.
Le barriere, tuttavia, non possono essere abbandonate a se stesse. Vanno controllate e ripulite dalle incrostazioni e dalle alghe, con interventi periodici che richiedono tempo e manodopera. La protezione del vivaio è diventata così una parte centrale del lavoro, al pari della semina e della raccolta. Se il granchio si avvicina troppo, viene pescato utilizzando i cefali come esca: una strategia che affianca alla difesa passiva un intervento diretto sul predatore.
Il sistema non elimina la fatica e non restituisce automaticamente le condizioni produttive di un tempo, ma consente alla cooperativa di continuare a coltivare le vongole e di mantenere una prospettiva imprenditoriale in un contesto diventato estremamente difficile. La differenza sta proprio nell’aver trasformato la protezione degli allevamenti in un metodo di lavoro strutturato, anziché affidarsi soltanto alla capacità di recuperare le perdite dopo ogni attacco.
La tenacia della cooperativa "Sirio" si misura anche nei numeri. «Sui nostri quattro ettari e mezzo abbiamo investito 700mila euro», racconta Sandra. Un investimento importante, che ha dovuto fare i conti anche con gli imprevisti: «Avevamo costruito un recinto nuovo che è crollato dopo quindici giorni di maltempo. Abbiamo perso 26mila euro, ma siamo andati avanti».
È il costo di una produzione che oggi richiede risorse, manutenzione e un impegno incomparabilmente maggiore rispetto al passato. «Andiamo in mare tutti i giorni e peschiamo quindici giorni al mese. Tutto il resto è manutenzione. Oggi a noi tutto questo costa il 60 per cento in più di dieci anni fa. Prima la semina era gratis, non servivano protezioni. E lavoriamo dieci ore al giorno, mentre prima ne bastavano due».
Anche i tempi biologici sono cambiati. Normalmente, racconta Sandra, occorrono circa quindici mesi per ottenere una vongola pronta alla raccolta; quest’anno, con le temperature elevate, il ciclo si è ridotto sensibilmente. Una variabilità che rende ancora più complessa la programmazione delle attività e che si somma all’incertezza provocata dal granchio blu.
La famiglia, però, continua a investire nel proprio futuro. Marco ha appena superato l’esame da capo barca, mentre Alberto, 54 anni, conserva l’entusiasmo di chi ha scelto questo mestiere per vocazione. «Faccio questo lavoro da quando avevo 15 anni. D’estate ci alziamo alle tre di notte, lo facciamo ancora per passione. Con mio figlio siamo alla quarta generazione».
La passione, da sola, non basta a compensare l’aumento dei costi e la contrazione del mercato. «Certo, non torneremo più alla qualità e ai prezzi di prima, i consumi sono crollati del 60 per cento», ammette Sandra. Eppure, continuare a produrre significa anche preservare un patrimonio di conoscenze e mantenere in vita una filiera che coinvolge allevatori, cooperative, trasformatori e distributori. E persino la ristorazione locale: appena scesi dalal barca basta attraversare la strada e c'è la storica trattoria "Uspa" (dal soprannome del fondatore Ugolino Passarella), dove manco a dirlo il piatto simbolo sono gli spaghetti alle vongole.
È proprio in questa prospettiva economica allargata che assume valore la collaborazione con la storica azienda "Mancin Nadia". La disponibilità di prodotto locale non è più scontata: per un’azienda che lavora quotidianamente grandi quantitativi di pesce e molluschi, poter contare su una produzione capace di resistere all’emergenza rappresenta una necessità concreta. Sostenere il progetto della cooperativa "Sirio" significa quindi contribuire alla difesa di un’attività produttiva e, contemporaneamente, lavorare per assicurarsi le vongole necessarie a rispondere alle richieste dei clienti.
La filiera corta, in questo caso, non è soltanto un principio da valorizzare sul piano della comunicazione. Diventa uno strumento operativo per ridurre l’incertezza degli approvvigionamenti, mantenere un rapporto diretto con chi produce e condividere parte del rischio legato alle difficoltà del territorio.
La strategia di "Mancin Nadia" non si limita alla difesa delle vongole. L’azienda collabora anche con i soci della Cooperativa Cozza di Scardovari DOP per l’allevamento di nuove varietà di ostriche, in un percorso che unisce sperimentazione, diversificazione e sviluppo di nuovi prodotti. Come conferma Marco De Agostini, uno dei tre figli di Nadia Mancin che oggi segue molto da vicino l'attività per conto della famiglia.
A Scardovari, sul versante veneto del Delta, la mitilicoltura e l’ostricoltura rappresentano infatti un’importante opportunità per ampliare le produzioni e affrontare un mercato sempre più competitivo. I produttori hanno sviluppato sistemi di allevamento capaci di adattarsi alle condizioni ambientali della laguna, sperimentando tecniche e attrezzature che consentono di gestire l’esposizione dei molluschi all’acqua, all’aria e al sole. La protezione delle coltivazioni e il miglioramento delle modalità di allevamento diventano così elementi centrali per assicurare qualità e continuità produttiva.
È in questo contesto che si inserisce la collaborazione con "Mancin Nadia", orientata non soltanto alla produzione di nuove ostriche, con nuovi e più sicuri metodi di coltivazione, ma anche alla loro valorizzazione attraverso lavorazioni innovative. Il risultato più concreto è l’ostrica cotta con il guscio semiaperto, proposta in vaschette da quattro unità: un formato studiato per semplificare la gestione del prodotto e renderlo più pratico durante le degustazioni, anche in contesti informali o direttamente a bordo delle imbarcazioni utilizzate per le escursioni in laguna.
La pastorizzazione permette di sviluppare una modalità di consumo diversa rispetto a quella dell’ostrica tradizionale, che richiede esperienza e attenzione nell’apertura del guscio. Il confezionamento in porzioni da quattro, inoltre, offre una soluzione facilmente gestibile per la distribuzione e la degustazione, ampliando le occasioni nelle quali il prodotto può essere proposto.
Non si tratta soltanto di aggiungere una nuova referenza al catalogo aziendale, ma di costruire un collegamento fra il lavoro degli allevatori e le esigenze dei consumatori. Le nuove tecnologie di trasformazione consentono di esplorare modalità di consumo differenti, mentre la collaborazione con i produttori permette di mantenere il rapporto con la materia prima e con il territorio da cui proviene.
La diversificazione, in questo senso, non sostituisce le produzioni storiche: le affianca, creando opportunità commerciali e nuove prospettive per le imprese della laguna. Vongole, cozze e ostriche diventano così parti di un sistema più articolato, capace di reagire meglio alle difficoltà che colpiscono una singola coltivazione.
La capacità di sperimentare accompagna da tempo la storia di "Mancin Nadia". Nata dalla tradizione delle preparazioni marinare, l’azienda ha ampliato progressivamente la propria attività, integrando competenze artigianali e tecnologie di lavorazione. Oggi trasforma circa 150 quintali di pesce al giorno e lavora con una filiera che coinvolge produttori locali, impianti di depurazione e operatori della distribuzione.
Un altro tassello di questo sistema è rappresentato da M.Gi.B, impianto specializzato nella depurazione di cozze e vongole, che commercializza i prodotti anche attraverso la linea Frescovivo. Dopo il grave incendio che nel 2023 ha devastato la struttura, l’attività è ripartita facendo ricorso temporaneamente a capannoni in affitto, senza interrompere il rapporto con il mercato.
La ripartenza è stata anche una prova della capacità di fare rete e di tutelare l’occupazione. Il ricambio generazionale ha accompagnato un percorso nel quale innovazione e sostenibilità sono diventate priorità, con investimenti che comprendono anche l’installazione di pannelli fotovoltaici per una potenza di 540 kilowatt.
Dall'ostrica ritorniamo alla vongola, da Scardovari (*nella foto uno degli ostricari che coltivano la nuova varietà francese) *ritorniamo a Gorino. Questa attenzione si ritrova al produttore, su scala diversa, anche nel lavoro della cooperativa "Sirio": proteggere gli allevamenti, contenere le perdite e utilizzare soluzioni costruite sulle necessità reali dei produttori significa cercare un equilibrio fra sostenibilità economica e gestione delle risorse. Non esiste una soluzione unica per contrastare il granchio blu, ma le esperienze maturate sul campo possono offrire indicazioni preziose per rendere più resilienti le attività di allevamento.
La sfida consiste anche nel far dialogare le competenze. Chi lavora in acqua conosce i comportamenti del predatore e le caratteristiche dei vivai; chi trasforma il prodotto può individuare nuove opportunità commerciali; chi si occupa di depurazione e distribuzione contribuisce a garantire che la materia prima arrivi al consumatore nelle condizioni richieste. La collaborazione fra questi soggetti permette di condividere conoscenze, consolidare gli approvvigionamenti e valorizzare produzioni che, da sole, sarebbero più esposte alle oscillazioni del mercato.
Il valore di questa rete produttiva si comprende ancora meglio guardando al paesaggio in cui opera. Il Delta del Po è un mosaico di lagune, sacche, valli da pesca, canneti, risaie, pinete e spiagge, un ambiente in cui la presenza dell’uomo ha modellato il territorio attraverso bonifiche, argini, canali e sistemi di gestione delle acque. Un equilibrio delicato, che sostiene un patrimonio naturalistico riconosciuto a livello internazionale e un’economia legata da sempre alla pesca e all’allevamento dei molluschi.
La crisi del granchio blu ha reso evidente quanto siano interdipendenti la tutela ambientale e la tenuta economica delle comunità. Quando una coltivazione entra in difficoltà, non ne risente soltanto il singolo pescatore: diminuisce la disponibilità di prodotto per le imprese di trasformazione, si indebolisce l’indotto e diventa più difficile mantenere viva una tradizione produttiva che può rappresentare anche un’attrattiva turistica.
Per questo, accanto alla sperimentazione negli allevamenti e all’innovazione di prodotto, cresce l’importanza delle esperienze di ittiturismo e pescaturismo. Le escursioni in barca, le degustazioni nei luoghi di produzione e i percorsi in bicicletta lungo gli argini permettono ai visitatori di conoscere da vicino il lavoro dei pescatori e di comprendere quanto sia complesso portare in tavola una vongola, una cozza o un’ostrica del Delta.
Il turismo lento può diventare così un alleato della filiera, offrendo occasioni di reddito aggiuntive e contribuendo a raccontare il valore delle produzioni locali. La gastronomia si lega al paesaggio, il prodotto al mestiere e la degustazione alla conoscenza dell’ambiente da cui proviene.
A Gorino, la cooperativa "Sirio" dimostra che anche una piccola realtà può reagire a una crisi profonda attraverso l’ingegno e la capacità di sperimentare. "Mancin Nadia" (nella foto, la sede dell'azienda a Rivà), sostenendone il progetto e collaborando con i produttori di Scardovari per sviluppare nuove varietà di ostriche e prodotti trasformati, mostra invece come l’innovazione possa propagarsi lungo la filiera, creando opportunità che vanno oltre i confini della singola impresa.
Sono esperienze diverse, ma unite dalla stessa convinzione: il futuro del Delta non può dipendere da un’unica produzione né da una sola soluzione tecnologica. Occorre proteggere ciò che esiste, sperimentare nuove strade e rafforzare le relazioni fra chi alleva, chi trasforma e chi porta il prodotto sul mercato.
In un territorio in cui l’acqua è da sempre risorsa e minaccia, fare rete significa costruire una forma concreta di resilienza. Per salvare l’oro bianco, dare spazio alle nuove eccellenze della laguna e custodire un patrimonio ambientale ed economico che appartiene non soltanto a chi ci lavora, ma a tutto il Delta del Po.
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